Riscrivere il contratto sociale

  • L’indice di dipendenza degli anziani in Europa andrà incontro a un raddoppiamento da qui al 2050, eppure solo una metà dell’opinione pubblica si mostra preoccupata per le ricadute sui costi delle pensioni.
  • Da un’indagine dell’Economist Intelligence Unit (EIU), emerge che in Germania e Austria più del 75% degli intervistati pensa che la copertura pensionistica spetti allo Stato. Ma, allo stesso tempo, in Svizzera e Francia oltre il 60% dei partecipanti sostiene la responsabilità del singolo individuo.
  • Per ovviare al problema si potrebbe posporre l’uscita dei pensionandi dal mondo del lavoro, ma la tendenza attuale è di inserirli nei piani di esubero senza offrire loro l’opportunità di un abbandono graduale. 
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Le trasformazioni demografiche stanno mettendo a dura prova la previdenza sociale in Europa. Molti Stati reagiscono innalzando l’età di pensionamento e più in generale spostando l’iniziativa previdenziale sul lavoratore. Il contratto sociale viene così a esserne modificato. La conseguenza sarà verosimilmente un allungamento della vita lavorativa, che però i diretti interessati non sono sempre pronti ad accettare.

Il 15 febbraio 2015 è stato una giornata speciale per Saint-Priest, paesino della regione francese di Rhône-Alpes: Thérèse Ladigue ha festeggiato il suo 113esimo compleanno, diventando la più anziana di Francia. Nata quando in America uscì la prima Ford Model A, è stata una delle poche rappresentanti dei cosiddetti "supercentenari" (chi ha superato i 110 anni d’età).

Per quanto destinati a rimanere una quota esigua della popolazione francese ed europea (almeno per il momento), i supercentenari aumenteranno di numero insieme a centenari, ultraottantenni e ultrasessantacinquenni, con l’effetto di produrre un invecchiamento notevole della società. L’UE calcola che tra il 2014 e il 2080 la quota dei grandi anziani (gli ultraottantenni) si vedrà più che raddoppiata, passando da 26 a 63.9 milioni.

Gli europei saranno colti impreparati?

L’aumento della longevità rappresenta una svolta storica del secolo scorso. Ma ciò che va senza dubbio a vantaggio dell’individuo pone alcune sfide per lo Stato: l’aumentata speranza di vita, accompagnata da una natalità in calo e in molti Paesi dal pensionamento della generazione del baby boom, mette a dura prova i sistemi pensionistici europei.

L’indice di dipendenza degli anziani, che misura la quota effettiva di pensionati che ricade sulle spalle di un potenziale lavoratore, vedrà un aumento dal 14,2% (2012) al 34% (2050). "Con il calo della popolazione attiva e l’aumento di quella anziana, i sistemi pensionistici e i conti pubblici europei si trovano sotto forte pressione", spiega Axel Börsch-Supan, direttore del Centro di economia dell’invecchiamento di Monaco.

"Con il calo della popolazione attiva e l’aumento di quella anziana, i sistemi pensionistici e i conti pubblici europei si trovano sotto forte pressione."
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Alex Börsch-Supan

Direttore del Centro di economia dell’invecchiamento di Monaco

Sorprende dunque, alla luce di tali preoccupazioni, che gran parte dell’opinione pubblica non veda il problema. Stando a una recente indagine dell’EIU che ha coinvolto oltre 1.200 soggetti in Francia, Austria, Germania e Svizzera, solo il 50% degli intervistati ritiene che il proprio Paese "non sia adeguatamente preparato a un aumento dei costi delle pensioni".

Alla domanda su chi dovrebbe assumersi il fardello, le risposte variano. A un primo esame pare che una schiacciante maggioranza propenda per la responsabilità dello Stato. Ma, sotto questa patina comune, emergono sensibili differenze a livello nazionale: in Svizzera e Francia oltre il 60% sostiene che dev’essere il singolo ad addossarsi il costo delle pensioni, una quota quasi pari a quella di coloro che guardano allo Stato. In Austria e Germania, invece, oltre il 75% degli intervistati è a favore della responsabilità statale, mentre meno della metà chiama in causa l’individuo.

34%
L’indice di dipendenza degli anziani, che misura la quota effettiva di pensionati che ricade sulle spalle di un potenziale lavoratore, vedrà un aumento dal 14,2 % (2012) al 34 % (2050).
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Le pensioni aziendali sono sufficienti a riempire i vuoti lasciati dallo Stato? Più del 40% degli intervistati ritiene che a pagare i costi legati al pensionamento debba essere il datore di lavoro, un dato che in Svizzera e Germania raggiunge quasi la metà. In Francia, d’altronde, solo poco più di un terzo (36%) è della stessa idea, mentre una quota analoga è a favore di altri istituti previdenziali. Dal quadro emerge chiaramente che il contratto sociale è fluido e che gli esiti del dibattito saranno influenzati dalle divergenze culturali. In ogni caso, a prescindere dalla ripartizione dei costi, l’allungamento della vita e degli anni di buona salute richiederà ai cittadini di attrezzarsi: la risposta più verosimile verrà dunque da una combinazione di maggiore responsabilità individuale e modifica del sistema statale.

La corsa al pensionamento

I governi europei, consapevoli dei mutamenti demografici, hanno in molti casi messo mano a una riforma delle pensioni. La ristrutturazione ha adottato modalità diverse: c’è chi ha introdotto penali per il pensionamento anticipato (in Austria, ad esempio, l’assegno viene ridotto del 7% per ciascun anno al di sotto dei 65), molti hanno istituito incentivi per chi pospone l’uscita dal lavoro e alcuni, come Svezia e Finlandia, hanno guardato anche al miglioramento delle condizioni lavorative degli anziani.

La riforma pensionistica può incontrare ostacoli a causa del ricambio generazionale: è inevitabile che in questo senso vi siano pressioni verso il pensionamento anticipato. La Francia, ad esempio, ha di recente rinviato il previsto abbassamento dell’età di pensionamento: il governo ha dichiarato che i 3 miliardi di euro annui richiesti per finanziare l’operazione proverranno da un aumento dello 0,1% sui prelievi in busta paga. La Germania, dal canto suo, ha abbassato l’età di pensionamento da 65 a 63 anni per chi ha una lunga storia contributiva alle spalle.

"Il calo dell’età di pensionamento in Germania va evidentemente nella direzione sbagliata", sottolinea il professor Börsch-Supan. "Si è trattato, in ogni caso, di una decisione politica, dettata da recenti promesse elettorali. Nel complesso, nel corso degli ultimi 10-15 anni le riforme pensionistiche messe in atto dalla Germania sono state efficaci".

2.7%
Per la Germania è previsto un aumento della spesa pensionistica di 2,7 punti percentuali di PIL entro il 2060; un incremento che proietterà l’esborso tedesco tra i più elevati d’Europa.

Si cambia: al via la riforma delle pensioni

Secondo il rapporto OCSE Pensions at a Glance 2015, le riforme "hanno contribuito ad aumentare notevolmente la sostenibilità dei sistemi pensionistici". Una conferma arriva anche dal Gruppo di lavoro UE sugli effetti dell’invecchiamento, che prevede tra il 2015 e il 2060 una stabilizzazione della spesa pubblica per le pensioni su una quota del PIL per la maggioranza dei Paesi europei.

Le proiezioni aggregate, tuttavia, possono nascondere delle differenze. Il 2015 Ageing Report della Commissione europea prevede per la Germania, ad esempio, un aumento della spesa pensionistica di 2,7 punti percentuali di PIL (dal 10% al 12,7%) nel periodo 2013-2060; un incremento che proietterà l’esborso tedesco tra i più elevati d’Europa. Per la Francia, d’altro canto, si prevede nello stesso periodo un calo di spesa del 2,8% (dal 14,9% al 12,1%). Malgrado l’esborso francese attualmente sia superiore, il tasso di natalità più alto dovrebbe mitigare i costi.

Nel contesto di lentezza generale con cui procede la riforma delle pensioni, alcuni Paesi stanno facendo scuola in fatto di sostenibilità e inclusività. Markus Knell, ricercatore presso la Banca centrale austriaca, ritiene che molti Stati europei, tra cui l’Austria, dovrebbero seguire l’esempio della Svezia. La politica svedese è di legare contributi e assegni alla speranza di vita. "Il sistema svedese si adatta automaticamente ai mutamenti demografici", spiega il dottor Knell. "L’aumento della speranza di vita comporta il calo delle prestazioni, presumendo, ovviamente, che si vada in pensione all’età legale e non più tardi".

Verso un nuovo contratto

Ferme restando queste nuove politiche, sta crescendo la coscienza che occorre estendere a fasce più ampie della società la portata del contratto sociale, ossia il consenso su come finanziare la terza età assicurandole al tempo stesso dignità e appagamento.

Attraverso le politiche sociali si può, ad esempio, "pungolare" la popolazione attiva al risparmio previdenziale, traendo ispirazione da concetti di economia comportamentale quali il rinforzo positivo e le suggestioni indirette. "Sono un grande fautore di questo tipo di incitamento", afferma Keith Ambachtsheer, direttore emerito del Centro internazionale Rotman di gestione pensionistica dell’Università di Toronto (ICPM). "Ovunque si assiste all’inerzia. Pungolare un po’, per conto mio, fa solo bene".

Sognando la pensione

Per ridurre i gravosi costi delle pensioni, gli esperti in generale sono a favore di un aumento dell’età lavorativa. In questo modo, si avrebbe un aumento dei redditi e del PIL e un calo dei costi delle pensioni. "Dobbiamo far arrivare il messaggio che lavorare più a lungo e aumentare i contributi è l’unica strada per avere una pensione dignitosa", sottolinea il segretario generale OCSE Angel Gurría nel rapporto Pensions Outlook 2014.

Come già detto, gran parte dell’opinione pubblica riconosce la necessità di cambiare, ma preferirebbe che a cambiare fossero gli altri. Dall’indagine dell’EIU emerge che due terzi degli intervistati vorrebbero andare in pensione all’attuale età legale. Un atteggiamento comune a tutti i Paesi esaminati: a prescindere dall’allungamento della vita, si vorrebbe continuare ad andare in pensione a 65 anni.

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Tuttavia, dall’indagine emerge che chi ha già superato l’età del pensionamento può cambiare idea. Senza dubbio un elemento su cui i governi possono far leva per creare un’ondata di motivazione a rimanere economicamente attivi. Nel complesso, un terzo dei lavoratori ha espresso interesse a proseguire la carriera o reinventarla in una qualche modalità: una quota molto superiore a quella degli anziani attualmente attivi nei quattro Paesi considerati.

Nel cantone svizzero di Argovia, i vantaggi dell’impiego dei lavoratori anziani sono stati illustrati dalla campagna "Potential 50+". Il programma ha proposto una serie di immagini di dipendenti ultracinquantenni, di cui invece di specificare l’età sono stati riportati gli anni di esperienza. Come risultato, tra il 2013 e il 2014 in Argovia si è assistito a un incremento del 52% delle assunzioni di ultracinquantenni. Valentin Vogt, presidente dell’Unione svizzera degli imprenditori, dichiara che in una società più vecchia è necessario prendere provvedimenti per la sostenibilità e "saper sfruttare il potenziale a nostra disposizione nel Paese, che in parte è costituito dalla forza lavoro anziana".

È evidente che anche le imprese devono fare la loro parte. La Direzione generale per l’Occupazione, gli affari sociali e l’inclusione della Commissione europea ha fatto svolgere studi sulle ragioni di abbandono del lavoro nella popolazione ultracinquantacinquenne. I fattori più comuni sono risultati la mancata gradualità nel pensionamento, l’esclusione dalla formazione e gli atteggiamenti maldisposti dei datori di lavoro: tutti aspetti su cui le imprese hanno potere di cambiamento.

Innescare un circolo virtuoso

L’indagine dell’EIU indica che i datori di lavoro mancano di valorizzare i lavoratori anziani: pensionamenti forzati, inserimento nei piani di esubero e carenza di opportunità di carriera per i pensionandi sono emersi come tre problemi evidenti citati dagli intervistati, tra gli ultrasessantacinquenni come tra i più giovani. Se i governi intendono espandere le file della forza lavoro più anziana, si renderanno necessari cambiamenti che rendano appetibile lavorare in tarda età.

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Il dottor Knell, della Banca centrale austriaca, propone di innescare un circolo virtuoso: "Se si vedranno i propri colleghi e amici restare a lavorare, ci sarà spazio per un cambio nei comportamenti". Sarà necessario, tuttavia, escogitare un approccio più ampio e persuasivo per convincere la popolazione a continuare a lavorare rinunciando a viaggiare, a dedicarsi alle proprie passioni o a stare con la famiglia. Vi sono ampie opportunità di promuovere, tra le giovani generazioni così come tra chi si avvicina al pensionamento, i vantaggi di una vita lavorativa più lunga, sia per il singolo che per la società. Il segreto sta non nell’imporre il lavoro a chi desidera il pensionamento, ma nello schiudere nuove opportunità a chi vorrebbe proseguire la propria vita professionale.

Un articolo di

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